sabato 16 maggio 2009

Mi piacevi molto, durante la pausa pasto andavi sulla tua Lancia Y a fare un un pisolo, nessuno faceva così. Poi sono stato trasferito, come concordato a dicembre. Ora, l’orizzonte visibile attraverso il finestrone di fronte alla mia scrivania, mostra un paesaggio variegato e differente, fatto di fantastiche composizioni contemporanee industriali, pannelli accatastati come sarde indossanti strane scarpe chiamate pallet e prospettive profonde, in cui la distanza dei loschi figuri ad animare il visibile, diviene impercettibile.
Uscendo dal capannone, ciò che colpisce è un cumulo di rifiuti speciali abbandonati dalla fabbrichetta di cianfrusaglie appena fallita che insiste di fronte al piazzale del carico/scarico. All’interno vi lavoravano 7 persone. Una mattina erano tutti davanti all’ingresso, increduli, a fissare un cartello citante: “Siamo falliti. Per eventuali ricorsi sindacali informarsi al Tribunale di Modena”. Immagino l’occhio di ognuno di loro a scorgere i rifiuti speciali, e le similitudini che con essi possono aver trovato in quel momento.
Abbandonando il piazzale, attraverso lo zozzo corridoio sul retro, si giunge alla macchina del caffé, che rimane all’interno di un terzo capannone e gentilmente concessa dal titolare di una ditta di verniciature industriali. La prima volta mi accompagnò Sebastiano, che col suo accento napoletano ormai tatuato al suo logos, assicurava che bastava chiedere a lui, in quanto ormai tutto sa, tutto conosce e tutto prevede. All’ingresso del capannone senza finestre, una schiera di ragazzi di colore senza mascherina, senza protezioni, senza espressione. Un odore di acido e vernice epossidica da voltastomaco, tanto da percepire un forte giramento di testa. Un caffé per nulla gustato, in preda alla voglia di urlare e spaccare qualcosa, ad esempio la faccia del loro titolare. Il giorno dopo, tornato a prendermi un altro caffè, percorro quell’inferno a passo spedito e in apnea, in preda a un lacerante senso di impotenza e ad una crisi di pianto trattenuta a stento.
La mia stupidità ingenua continua, nonostante tutto, a pensare che la percezione della condizione umana divenga un giorno priorità dell’uomo, dei politici, dei donatori di lavoro. Rientro al mio posto e le prospettive cambiano radicalmente, il tutto diventa un Eldorado, la mia condizione muta in privilegio viste l’organizzazione, la passione, la corretteza che il mio capo sta imprimendo. Ci vuole un coraggio da leoni per mantenere bontà e correttezza a prescindere, per stare lontano dalla famiglia, per chiedere “per favore” a tutti indistintamente e mi ritengo fortunato ad avere trovato un posto e un capo così.
Poco fa, durante la pausa, sono andato a prendere una boccata d’aria fuori nel piazzale, una breve passeggiata condita da una timida pioggerellina a smuovere odori di asfalto caldo e polveroso. Che maggio strano, penso. Poco distante un’auto uguale alla tua, stesso colore. Mi avvicino a essa di passo lesto, come un bambino si avvicina a una gelateria, convinto di trovarvi dentro qualcuno appisolato.
E poi il ritorno.

venerdì 7 novembre 2008

Passeggiare

Cosa sta succedendo?
Via tal dei tali. Passeggio anonimo e sgomento alla ricerca dell’entrata di uno dei tanti pub sparpagliati tra le vie della città. Amo passeggiare, amo quel moto lento, ecologico e sano che permette ragionamenti privi di distrazione, sono occupato, sto pensando. Momento di grande intimità ed interiorizzazione. Passeggiando mi rendo mimetico, protetto dagli sguardi della gente, perchè nell'immaginario collettivo passeggiare significa perseguire un obiettivo, una meta e ciò è normale.
E' molto meno normale interiorizzare rimanendo immobili, magari appoggiati ad un albero dei viali o alla pertica del lampione qualunque, si rischia di essere scambiato per uno spacciatore pederasta se sei uomo o per mignotta, se sei donna.
Arrivo in Porta Saragozza, mi fermo al semaforo pedonale e spingo il pulsantone per far scattare il verde, colto dal ridondante pensiero che esso sia finto e che non rappresenti altro che uno specchietto per le allodole ad esaltare la tecne dei servizi del comune di Modena.
Pigio il pulsante consapevole che il verde arriva comunque quando vuole. Nell'attesa ho notato accanto a me una donna di colore con due bimbi, un fricchettone con lunghi capelli rasta, un'anziano che fuma il sigaro. L'anziano consuma il rituale classico di premere più volte il pulsante, la donna riprova qualche istante più tardi sfruttando la tecnica del mantenerlo premuto per qualche secondo.
Finalmente l'omino verde, possiamo attraversare. Il mio sguardo, il mio umore, la mia essenza si distolgono dal piccolo gruppo quieto e giulivo per dirigersi, indirizzarsi, incrociarsi dentro allo sguardo più intenso che la mia età abbia mai avuto l'onore di incrociare. Non ho capito nemmeno se si trattasse di un uomo o di una donna, ho solamente percepito una frequenza amica, come se fossimo entrati in risonanza, per un istante di durata incerta. Ripercorro la mia esistenza, i fallimenti, le ossessioni, i condizionamenti, le gioie.
All'altezza di Corso Duomo ricevo un regalo dalla memoria. All'improvviso ricordo, un mese e mezzo fa circa ero spaparazzato sopra ad una di quelle sedie-sgabelli del pub di turno, in stato di semi ubriachezza. Fu proprio in quel luogo che incrociai per la prima volta quello sguardo, dietro al bancone, in secondo piano rispetto al logo della Paulaner. Anche in quel contesto ebbi a che fare con una figura asessuata, seminascosta, fuggente, ma provocante intensissime emozioni, e quel senso di benessere gratuito e fortissimo.
Dopo avere percorso un tratto della Via Emila, entro in Via Nazario Sauro e vengo distratto da un intesso profumo di soffritto e ragù, poco più avanti un arrosto, o forse erano solo allucinazioni olfattive visto l'orario prossimo a cena. E mi chiedo perchè non sono a casa mia a mangiare arroso e ragù invece di sedermi al pub di turno e accontentarmi di stuzzichini rancidi. Mah.
Arrivo al pub di turno, ordino una birra e incontro Marcello, dobbiamo parlare, abbiamo dei progetti da sviluppare insieme. Tutto normale. L'andar del discorso è vario, come solito, a tratti dispersivo. Ed è proprio in quella naturale dispersione che i miei intimi, forse folli pensieri fatti un paio d'ore prima, divengono all'improvviso parte integrante della realtà.
Cosa sta succedendo?
Marcello mi dice che ogni tanto riesce involontariamente a mettere in contatto l'Io cosciente con l'Io incosciente, grazie a percezioni innescate da persone sconosciute. Mi dice inoltre che è impossibile conoscere quelle persone, in quanto esse non sono altro che il veicolo col quale il proprio Angelo Custode ti parla.
Marcello è profondamente ateo, per questo gli credo.

P.S. La splendida foto è di Luca Stramacchioni

Frammenti

Cammino e ascolto
il rumor dei passi miei
di eco oscuro
cieco e sordo.
Di quel pensier faccio discorso
e trovo moli di sereno
annuso benza, aria e sonno
quell’eco è il corpo
lo sento attorno.
E ben visibili i particolari
rifiuti miseri di frenesia
frammenti sparsi
del giorno andato
o più importante
in questa notte,
io calpesto la città
il corpo, l’anima ed il cuore
e cammino
perché l’attesa ormai è un turno
ed evitare quella merda
è metafora del diurno.
Ci son frammenti tutto intorno
in quanto oggi è già domani
rimane incerto il mio ritorno
mi sfugge il tempo
dalle mani.

domenica 2 novembre 2008

Andreotto

W la Repubblica! E Andreotto si sente male in televisione.
Ma si è veramente sentito male?
A me Andreotto ricorda ENRICO CUCCIA, un uomo avvolto dal mistero e da eventi nebulosi.
Mah.
Riporto una notizia di prima pagina su Repubblica.it

«Senatore, quale è il futuro dei nostri giovani?», chiede la conduttrice. L'intervistato, Giulio Andreotti, 89 anni, sette volte presidente del Consiglio, non risponde. Guarda fisso il monitor, sembra mentalmente e fisicamente assente.
La scena va in diretta a Buona Domenica, su Canale 5. A una delle ultime domande di Paola Perego, alla fine di un filmato in cui appariva ospite di Peter Pan, un programma di Paolo Bonolis, il senatore a vita è sembrato avere come una sorta di black out. La regia ha mandato lo stacco pubblicitario, Andreotti è stato fatto uscire dallo studio e condotto nel backstage e intorno a lui gli autori e la Perego che si sono preoccupati di capire cosa stesse accadendo, se ci fossero problemi di salute. Gli uomini della scorta hanno contattato al telefono il suo medico personale. l senatore si è poi ripreso, è tornato in studio e si è seduto tra due giovani attrici che la scaletta prevedeva fossero intervistate dalla Perego dopo il senatore. A questo punto, Andreotti ha detto: «Bene, abbiamo finito, grazie, è andata bene la puntata».

venerdì 10 ottobre 2008

Duemiladue

Ora più non basta
il calore delle madri
i consigli degli anziani
le braccia solide dei padri
ora siamo debitori
assuefatti dal bisogno
che bisogno c’è di un gesto
di umana sintesi
chessò, di un sogno.
Chi son io
non puoi dirlo certo tu
sondaggista farabutto
mutante venditore
dell’effimero mostrarsi
io non son consumatore
sono Uomo
basti e avanzi.
Costretti a fare
del possesso un privilegio
del benessere esteriore
obiettivo di gran pregio,
ed io mi fregio
di un più prezioso segno
del consumar parola
a questo mio impietoso sdegno.

Chi sono io?
Son Panarabo e deflagro
per orgoglio e dignità
sono giovane Marine
templare di crociata
repressore beduino
sono vittima ed Ebreo
un asceta del divino.
Chi son io non ha importanza.
Io SONO in quanto non vi credo
né martirio né pietanza
né mai berrò la farsa
della paura
come unica realtà
che avanza.