Mi piacevi molto, durante la pausa pasto andavi sulla tua Lancia Y a fare un un pisolo, nessuno faceva così. Poi sono stato trasferito, come concordato a dicembre. Ora, l’orizzonte visibile attraverso il finestrone di fronte alla mia scrivania, mostra un paesaggio variegato e differente, fatto di fantastiche composizioni contemporanee industriali, pannelli accatastati come sarde indossanti strane scarpe chiamate pallet e prospettive profonde, in cui la distanza dei loschi figuri ad animare il visibile, diviene impercettibile.Uscendo dal capannone, ciò che colpisce è un cumulo di rifiuti speciali abbandonati dalla fabbrichetta di cianfrusaglie appena fallita che insiste di fronte al piazzale del carico/scarico. All’interno vi lavoravano 7 persone. Una mattina erano tutti davanti all’ingresso, increduli, a fissare un cartello citante: “Siamo falliti. Per eventuali ricorsi sindacali informarsi al Tribunale di Modena”. Immagino l’occhio di ognuno di loro a scorgere i rifiuti speciali, e le similitudini che con essi possono aver trovato in quel momento.
Abbandonando il piazzale, attraverso lo zozzo corridoio sul retro, si giunge alla macchina del caffé, che rimane all’interno di un terzo capannone e gentilmente concessa dal titolare di una ditta di verniciature industriali. La prima volta mi accompagnò Sebastiano, che col suo accento napoletano ormai tatuato al suo logos, assicurava che bastava chiedere a lui, in quanto ormai tutto sa, tutto conosce e tutto prevede. All’ingresso del capannone senza finestre, una schiera di ragazzi di colore senza mascherina, senza protezioni, senza espressione. Un odore di acido e vernice epossidica da voltastomaco, tanto da percepire un forte giramento di testa. Un caffé per nulla gustato, in preda alla voglia di urlare e spaccare qualcosa, ad esempio la faccia del loro titolare. Il giorno dopo, tornato a prendermi un altro caffè, percorro quell’inferno a passo spedito e in apnea, in preda a un lacerante senso di impotenza e ad una crisi di pianto trattenuta a stento.
La mia stupidità ingenua continua, nonostante tutto, a pensare che la percezione della condizione umana divenga un giorno priorità dell’uomo, dei politici, dei donatori di lavoro. Rientro al mio posto e le prospettive cambiano radicalmente, il tutto diventa un Eldorado, la mia condizione muta in privilegio viste l’organizzazione, la passione, la corretteza che il mio capo sta imprimendo. Ci vuole un coraggio da leoni per mantenere bontà e correttezza a prescindere, per stare lontano dalla famiglia, per chiedere “per favore” a tutti indistintamente e mi ritengo fortunato ad avere trovato un posto e un capo così.
Poco fa, durante la pausa, sono andato a prendere una boccata d’aria fuori nel piazzale, una breve passeggiata condita da una timida pioggerellina a smuovere odori di asfalto caldo e polveroso. Che maggio strano, penso. Poco distante un’auto uguale alla tua, stesso colore. Mi avvicino a essa di passo lesto, come un bambino si avvicina a una gelateria, convinto di trovarvi dentro qualcuno appisolato.
E poi il ritorno.
Abbandonando il piazzale, attraverso lo zozzo corridoio sul retro, si giunge alla macchina del caffé, che rimane all’interno di un terzo capannone e gentilmente concessa dal titolare di una ditta di verniciature industriali. La prima volta mi accompagnò Sebastiano, che col suo accento napoletano ormai tatuato al suo logos, assicurava che bastava chiedere a lui, in quanto ormai tutto sa, tutto conosce e tutto prevede. All’ingresso del capannone senza finestre, una schiera di ragazzi di colore senza mascherina, senza protezioni, senza espressione. Un odore di acido e vernice epossidica da voltastomaco, tanto da percepire un forte giramento di testa. Un caffé per nulla gustato, in preda alla voglia di urlare e spaccare qualcosa, ad esempio la faccia del loro titolare. Il giorno dopo, tornato a prendermi un altro caffè, percorro quell’inferno a passo spedito e in apnea, in preda a un lacerante senso di impotenza e ad una crisi di pianto trattenuta a stento.
La mia stupidità ingenua continua, nonostante tutto, a pensare che la percezione della condizione umana divenga un giorno priorità dell’uomo, dei politici, dei donatori di lavoro. Rientro al mio posto e le prospettive cambiano radicalmente, il tutto diventa un Eldorado, la mia condizione muta in privilegio viste l’organizzazione, la passione, la corretteza che il mio capo sta imprimendo. Ci vuole un coraggio da leoni per mantenere bontà e correttezza a prescindere, per stare lontano dalla famiglia, per chiedere “per favore” a tutti indistintamente e mi ritengo fortunato ad avere trovato un posto e un capo così.
Poco fa, durante la pausa, sono andato a prendere una boccata d’aria fuori nel piazzale, una breve passeggiata condita da una timida pioggerellina a smuovere odori di asfalto caldo e polveroso. Che maggio strano, penso. Poco distante un’auto uguale alla tua, stesso colore. Mi avvicino a essa di passo lesto, come un bambino si avvicina a una gelateria, convinto di trovarvi dentro qualcuno appisolato.
E poi il ritorno.


